Magatti: perché possiamo sperare, nonostante il caos

di Antonio Montaperto

In che senso si può parlare di dimensione sociale della speranza e qual è l’intreccio tra generatività e speranza? È partita da questa domanda della giornalista Cristina Uguccioni la riflessione di Mauro Magatti, docente di sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che il 17 marzo nell’auditorium della parrocchia è intervenuto per il ciclo I lunedì della Speranza organizzato dal Cedac, il Centro d’azione culturale Walter Tobagi.

Magatti è partito da una constatazione: sentiamo oggi che il caos regna nel mondo e ciò ha messo in crisi un certo ottimismo verso il futuro, costringendoci a rivedere i modelli di sviluppo umano finora adottati. Questo nostro modo di sentire, ha spiegato il sociologo, contrasta nettamente con l’entusiasmo e la fiducia che si respiravano alla caduta del muro di Berlino e, dunque, alla fine della guerra fredda. Alla fine degli anni Novanta, testi come La fine della storia di Fukuyama espressero l’idea per cui la scomparsa dei totalitarismi e il trionfo delle democrazie liberali avrebbero portato a un mondo pacificato e prospero per tutti. Tuttavia, oggi quella speranza appare ormai esaurita ed è invece sostituita da tensioni geopolitiche, crisi ambientali, sociali e istituzionali. Ci troviamo dunque in una situazione completamente diversa da quella che era stata immaginata e sognata nel post-guerra fredda e ciò dà l’impressione che sia avvenuto un cortocircuito tra ciò che si immaginava e la realtà attuale.

Secondo Magatti, questo stravolgimento delle aspettative ha le sue radici nel modo in cui si è pensato di poter costruire un mondo postbellico. La speranza, cioè, di un futuro pacificato è stata riposta sul fatto che la tecnologia e il libero scambio potessero aumentare le possibilità di vita per miliardi di persone. Nel corso degli ultimi trent’anni questa è stata un’idea importante, ma oggi si rivela essere inadeguata. Il sistema tecnico-economico che ha favorito progressi in svariati ambiti (sanitario, tecnologico e produttivo) ha, infatti, senza dubbio migliorato lo standard di vita globale e permesso a milioni di individui di uscire dalla povertà. Tuttavia, questa corsa all’aumento quantitativo delle possibilità di vita ha ignorato le sue possibili conseguenze: il risultato è un “caos entropico”, caratterizzato da disorganizzazione, perdita di differenziazione e relazioni compromesse.

L’idea di moltiplicare le possibilità di vita per miliardi di persone ha prodotto degli effetti entropici in quanto presupponeva in sé che gli individui fossero come monadi isolate, che non hanno cioè alcun rapporto tra loro. Questa concezione, secondo Magatti, è errata in quanto non tiene conto di ciò che le scienze hanno cercato di insegnarci da un po’ di tempo a questa parte: cioè che non esiste forma di vita sulla Terra che non sia in relazione con ciò che viene prima, con ciò che sta intorno e con ciò che viene dopo. Di conseguenza, la nostra individualità, ciò che siamo nel profondo, il nostro stesso io, esiste solo nella relazione con l’altro. Tuttavia, ciò non significa che siamo totalmente dipendenti dagli altri, ma che in qualche modo siamo allo stesso tempo liberi e legati. Per spiegare meglio questa apparente contraddizione, Magatti richiama l’idea di “inter-indipendenza” del filosofo Raimon Panikkar, il quale sostiene che la libertà autentica si realizza non negando le relazioni, ma scegliendo responsabilmente in quali relazioni vogliamo entrare o far nascere. Scegliere con responsabilità non significa infatti ridurre la nostra libertà, ma significa dare alla libertà una forma. L’artista, infatti, crea l’opera d’arte adottando dei limiti ben precisi, senza i quali verrebbe fuori soltanto qualcosa di informe, di irriconoscibile e di non apprezzabile esteticamente.

Dunque, diventare liberi non significa rompere tutte le relazioni (oppressive e non), tuttavia è quello che oggi stiamo facendo, in quanto siamo convinti che la nostra realizzazione risieda nella completa autonomia dell’individuo. Il risultato di questa concezione sono le tensioni e i conflitti geopolitici attuali, la crisi climatica ed economica.

Quella grande speranza coltivata dopo la guerra fredda è, perciò, ormai venuta meno e parlare di una qualche speranza diventa sempre più difficile. Tuttavia, secondo Magatti, è proprio in questi momenti che bisogna parlare di speranza in quanto in questi momenti deve radicarsi. Già, ma in che termini è possibile parlare allora di speranza, senza incorrere in vuote retoriche?

Magatti propone una definizione di speranza che supera il mero desiderio o l’aspirazione astratta: essa in realtà nasce dalla conoscenza profonda di ciò che già conosciamo e dalla capacità di immaginare un “oltre” rispetto allo stato di cose vigente. Analogamente a un bambino che impara a camminare, la speranza implica un movimento graduale, radicato in una realtà condivisa e quindi in un profondo realismo, ma destinato a trascendere lo stato attuale dei fatti. Questa visione evidenzia come la speranza non sia dunque una fuga dalla realtà, bensì un atto di coraggio particolarmente urgente. Parlare di speranza oggi significa riconoscere la necessità di un cambiamento profondo che deve partire dalla comprensione della nostra interconnessione. La speranza, così intesa, è quella capacità di immaginare e costruire un futuro migliore, fondato su relazioni autentiche e sulla consapevolezza che l’essere umano si realizza pienamente solo in comunione con gli altri.

Cosa c’entra in tutto questo invece la generatività? Se le relazioni autentiche con gli altri costituiscono l’ingrediente indispensabile per sanare il mondo, la generatività è fondamentale in quanto è l’atto di creare e rigenerare relazioni sociali. In una società che ha privilegiato la logica della produzione, Magatti evidenzia l’importanza di ripartire da una nuova concezione del termine generazione. Generare non è una questione prettamente demografica o di dinamiche economiche di produzione, ma è qualcos’altro. Come suggerisce la sua etimologia, si tratta di ciò che vogliamo essere e diventare per riuscire a conferire un senso alla nostra vita. Secondo Magatti, ciò che rende felice la nostra vita, ciò che esprime quella condizione di libertà inter-indipendente, è il dare alla luce relazioni con gli altri che però devono essere riconosciuti come liberi. Un imprenditore, per esempio, partecipa alla generazione dei suoi dipendenti se li vede come uomini e non come macchine.

In questo senso, generare diventa un atto di responsabilità etica e sociale: insegnanti, imprenditori, istituzioni e famiglie sono chiamati a generare nuove modalità di relazione, capaci di dare forma a una società più coesa e consapevole.

Magatti ci invita così a riconsiderare la nostra visione del futuro: non basta aumentare le possibilità di vita in termini quantitativi, ma occorre riconsiderare la relazionalità che ci caratterizza. La speranza non è una fuga dalla realtà, bensì un atto coraggioso che nasce dalla consapevolezza della nostra interconnessione. Essa richiede la generatività, ovvero la capacità di creare relazioni autentiche e responsabili, fondamentali per trasformare il caos attuale in un futuro più coeso e significativo.

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